Tra il 1941 e il 1942 in tempi di guerra il cinema italiano era fiorente e sfornava film e creava divi e dive. Tra queste brillavano Clara Calamai, Doris Duranti, Elisa Cegani, Luisa Ferida, Valentina Cortese e Isa Miranda. Tutte bellissime a loro modo e piene di fascino. Alcune prone al fascismo, altre più lontane da questo. Di seguito riporto quattro film dove queste attrici hanno potuto dar prova del loro valore oltre che della loro bellezza.
Principalmente esisteva un dualismo tra Clara Calamai e Doris Duranti che si esternò, per il godimento e il pettegolezzo del pubblico, nella “sfida del seno nudo”. In due film girati nello stesso anno, il 1942, entrambe si presentarono al pubblico facendo vedere i loro seni, i primi seni nudi di due dive (altri ve n’erano stati in precedenza ma di attrici di secondo piano e comparse). La Calamai sosteneva da parte sua la primogenitura, la Duranti l’ampiezza del seno stesso e il fatto che lei lo mostrò in piedi e non sdraiata come la rivale, quindi contava di più…
Ne La cena delle beffe di Blasetti già nelle prime scene Amedeo Nazzari strappa la veste indossata dalla Calamai sdraiata su un letto mettendo appunto (per 18 fotogrammi, quindi meno di un secondo, fotogrammi che poi vennero venduti a collezionisti… voyeur) in mostra i suoi piccoli seni nudi. “La faccenda del mio seno nudo in La cena delle beffe non era affatto prevista dalla sceneggiatura. Ce la mise Blasetti, ma per convincermi dovette faticare parecchio. Fui costretta a cedere. A quell’epoca gli attori erano del tutto indifesi, non avevano mica sindacati che tutelassero le loro ragioni. Lui decise che il seno si doveva vedere e il seno si vide.” (Clara Calamai, dichiarazione riportata su L’avventurosa storia del cinema italiano, Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca Bologna). “Il seno della Calamai fece incassare una fortuna al film e accrebbe in modo vertiginoso la sua popolarità di attrice.” (Riccardo Freda, ib.). In realtà il film dal punto di vista erotico non si ferma lì. La Calamai è spesso vestita con una vestaglia trasparente che nasconde molto poco, i dialoghi sono continuamente allusivi ad attività “da fare a letto”, di donne “godute”, financo di una disgressione podofila in cui la serva della Calamai le suggerisce, per conquistare un uomo, di usare i suoi piedini sensuali… Insomma robe che non ci si aspetterebbe nel 1942 dove anche ad Hollywood le allusioni sessuali erano castrate dal codice Hays. Finora abbiamo però visto il film per il suo interesse “di costume” ma in realtà l’opera di Blasetti è assolutamente di livello. Se il regista non sì è particolarmente interessato alla parte narrativa (dopo le critiche alla sceneggiatura di La corona di ferro) portando sullo schermo un dramma di successo di Sem Benelli, molto lo ha fatto nella forma e nella recitazione per cui ha richiesto di esaltare le passioni, la sensualità e gli odi. Storia di un’acredine tra due personaggi, il bello e forte, donnaiolo e prepotente Neri/Amedeo Nazzaro e il meno affascinante e debole ma astuto e subdolo Giannetto/Osvaldo Valenti. Il primo per molto tempo ha umiliato e picchiato il secondo che, superato il limite, medita vendetta. Il limite è superato quando Neri strappa le vesti a Ginevra/Calamai, splendida compagna di Giannetto, e se la porta a casa. A questo punto Giannetto organizza una cena in cui sfida ad una burla il presuntuoso Neri che, vestitosi in armatura e armato di accetta entra in una locanda per fare lo sbruffone e dove Giannetto ha organizzato un piano in modo che tutti lo credano pazzo fino ad incarcerarlo. A questo punto il gioco passa dalla parte di Giannetto che si riprende Ginevra con sé. Ma non finisce qui perché Neri si libera per andare a vendicarsi a sua volta di Giannetto che, con l’inganno, gli fa uccidere il fratello al suo posto facendolo diventare pazzo sul serio. “Nella rappresentazione dei personaggi, forse, Blasetti tirò le somme del proprio rapporto con il fascismo: la sconfitta di Neri Chiaramantesi dopotutto rappresentava la caduta del mito della virilità e il fallimento dei giochi di forza esaltati dai kolossal del ventennio. Ciò a maggior ragione se si considera che Neri era interpretato da un attore che il pubblico e la critica consideravano un’icona del maschio nazionale.” Azzarda, probabilmente a ragione visto che Sem Benelli era antiautoritario, Maria Triberti nella sua biografia di Blasetti (Blasetti 40, Bibliotheka Ed.). Comunque il valore nel film sta tutto nella qualità registica del regista, visionario ed elegante, che inquadra i volti e i corpi (su tutti quello della femme fatale Calamai che passa a conquistare tre uomini nell’arco del film) con charme e luce hollywoodiana, ricordando la lezione di Von Sternberg: “La messa a fuoco del dato psicologico porta il regista a interpretare il testo di Benelli in modo particolarmente cupo e a drammatizzare i confronti tra i personaggi. Largo a primi e primissimi piani, a visi nascosti dietro veli, tende, grate, a quei contrasti chiaroscurali tanto cari al regista e a Mario Craveri.” Sempre la Triberti scrive. Poi ci sono i costumi del solito geniale Gino Sensani che qui servono ad accentuare ancor più l’erotismo voluto da Blasetti (non solo quelli femminili, anche la calzamaglia di Nazzaro, ad esempio). Tre donne sedotte e abbandonate da Neri sono interpretate da una giovanissima Valentina Cortese, da Elisa Cegani e da Luisa Ferida che recita in coppia con Valenti, quella coppia che, come sappiamo, fece una brutta fine dopo la guerra per la loro vicinanza al regime. “Versione scattante, veloce, rispettosa del famoso dramma (1909) di Sem Benelli. Oh, il niveo seno nudo e il corpo velato di C. Calamai che fecero fremere mezza Italia e indussero il Centro Cattolico a bollarlo come intreccio di libidine, brutalità e libertinaggio!” (Il Morandini 2011). “Un melodramma torbido e serrato, incredibilmente ambiguo e sanguinoso per l’epoca, che il regista dichiara di aver realizzato senza interesse (…) ma in realtà colpisce per la forte componente omosessuale nella relazione tra gli antagonisti, intenti – più che a conquistare la donna contesa – a esaurire le pulsioni erotiche autodistruttive all’interno del loro legame maledetto.” (Il Mereghetti 1996). E a chi si chiedesse da dove derivi il detto “e chi non beve con me, pesta lo colga” (per altro ultimamente non molto più usato) ebbene lo pronuncia Nazzari proprio in questo film. (voto 7)
Dicevamo della “competizione” con la Calamai da parte di Doris Duranti che: “pazza del fatto che la Calamai avesse potuto apparire per un secondo nuda, fece un film con un certo Calzavara [Freda non molto rispettoso per il certo non sconosciuto regista ndr]. Il film si intitolava Carmela e, in una scena drammatica e in primo piano, la Duranti, all’improvviso e all’insaputa di tutti, si sbottonò la blusa e fece esplodere a nudo i suoi attributi. Quando Pavolini [il gerarca con cui si accompagnava la Duranti ndr] vide la sequenza in proiezione rimase esterrefatto, disse che la cosa stava prendendo una piega pericolosa. Ma dovette litigare violentemente con la Duranti.” (dichiarazioni di Riccardo Freda già citate). Se recuperate il film Carmela (1942) su Amazon Prime la sequenza di cui qui parliamo non la troverete per una ridicola censura che non so da dove arrivi, ma la potete trovare qui: https://www.youtube.com/watch?v=ilzZwjd2A3s. Il film è tratto da Vita militare di Edmondo De Amicis ed è ambientato su un’isola del Canale di Sicilia alla fine dell’Ottocento (in realtà gli esterni sono girati a Vernazza nelle Cinque Terre) e racconta la storia di una donna, la Carmela del titolo (Duranti), diventata pazza a causa di una delusione d’amore per un tenente che promise di sposarla ma che poi se ne andò lasciandola sola. Infatti sull’isola che ospita un penitenziario, si avvicendano truppe del Regio Esercito periodicamente. All’arrivo del tenente Carlo Salvini (l’austro-ungarico Pal Javor che la Duranti ricorda come ubriaco tutto il tempo sul set) la donna pensa di vedervi il vecchio amore finalmente ritornato. Di fronte ai corteggiamenti e agli spasimi d’amore di Carmela il nostro resta allibito ed in imbarazzo di fronte al sindaco e agli abitanti dell’isola dato che la donna dà scandalo (ad esempio strappandosi la blusa davanti a tutti nella sequenza citata) e si pensa di farla rinchiudere in una casa di cura (da cui è uscita da poco). Ma, seguendo i consigli di una “mammana”, il tenente (che si sta innamorando davvero della bella e selvaggia ragazza), pensa di farle rivivere il passato prendendo il posto del vecchio amante di Carmela e ricostruisce gli eventi di innamoramento e allontanamento, in una specie di seduta psicologica per recuperare il passato. Il giochino riesce, alla fine Carmela capisce che quello che ha di fronte è un altro uomo, un uomo buono al contrario del precedente, e se ne innamora, ma da savia, corrisposta. Un drammone psico-romantico-militare per cui Calzavara non evita patetismo ed enfasi ma stemperato dalle belle riprese sul paese e i suoi abitanti che ricordano i film naturalistici del muto francese e anticipano in parte La terra trema di Visconti e il neorealismo. “Melodramma agreste che conta per la Duranti, parsimoniosa nelle parole e ricca negli occhi, e per il bianconero di Gabor Poagny.” (Il Morandini 2011) (voto 6-)-
La contessa Castiglione (1942) di Flavio Calzavara sembra un film costruito a pennello sulla figura della diva di regime Doris Duranti, amante del gerarca Alessandro Pavolini. La storia è quella di Virginia Oldoini, cugina del conte di Cavour, chiamata Contessa di Castiglione, donna utilizzata dagli intrighi del politico per convincere Napoleone III (di cui divenne l’amante) a scendere in campo a favore dell’indipendenza italiana contro gli austriaci prima dell’Unità d’Italia del 1861. Per la Patria decide di sacrificare l’amore per il carbonaro Baldo (Andrea Checchi) e la propria moralità sessuale. La vicenda fu portata sullo schermo anche da Georges Combret nel 1954 e su quello televisivo da Josée Dayan in una miniserie con protagonista Francesca Dellera. Il film di Calzavara barocco e teatrale (molta importanza hanno i cosiddetti “quadri viventi” rappresentati a teatro da attori che riproducono dipinti famosi dal vero ed in una di queste rappresentazioni la Contessa indossa un’orchidea che significa che si darà all’imperatore e dirà addio al bel Baldo) e vi imperversa la disinibita attrice che in un paio di vedo non vedo si percepisce nuda e che si cambia d’abito praticamente ad ogni sequenza per la gioia di Gino Sensani, il grande costumista del cinema italiano di quegli anni d’oro del genere storico. La Duranti era un bel tipo, dalla vita avventurosa e dalla lingua tagliente e di cui consiglio Il romanzo della mia vita, a cura di Gianfranco Vené, Mondadori, 1987. Ecco cosa dice dell’incontro con il giovane Andrea Checchi (con cui ebbe un “affaire”): “Il ruolo di Baldo Principalli era stato affidato a un attore giovane, segaligno, dagli occhi rabbiosi, che si mordeva le unghie orlate di nero. Vestiva come un appestato e si permetteva pure di fare le smorfie al nome di Mussolini. Si chiamava Andrea Checchi. Nonostante provassi per questo individuo un’antipatia senza rimedio (aveva l’aria di uno sguattero risentito, di quelli che sputano nei caffè dei padroni), non solo non lo contestai, ma acconsentii di riceverlo in casa per ripassare insieme il copione.” (L’avventurosa storia del cinema italiano, Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna). Pare che in quella casa arrivò il ministro Pavolini cogliendo sul fatto Checchi in mutande e la Duranti che lo sfidò minacciando uno scandalo, finì con una cornetta di un telefono rotta sulla testa dell’attrice che “non uscì per qualche giorno: non si sa se per gelosia del ministro o per la testa fasciata…” (voto 5,5)
La scheda di E’ caduta una donna (1941) su Wikipedia è molto completa e lì rimando https://it.wikipedia.org/wiki/È_caduta_una_donna per dettagli e curiosità di questo film di Alfredo Guarini che né il Mereghetti né il Morandini citano (almeno nelle edizioni un po’ datate in mio possesso dei loro dizionari). Un film in cui brilla la moglie del regista, Isa Miranda, una delle attrici con più fascino del cinema italiano a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Prima di questo film, un melodrammone che nasce da un libro di Milly Dandolo, poetessa e scrittrice dimenticata di romanzi popolari, scritto a più mani (tra cui spiccano quelle di Zavattini…) per una storia che scimmiotta i melò hollywoodiani senza avvicinarvisi qualitativamente, Isa Miranda aveva cercato fortuna in America senza trovarla (evidentemente non vi hanno visto le potenzialità di una Marlene Dietrich italiana come la vedevo io, doveva solo incontrare uno Von Sternberg… non un Guarini). La protagonista, Dina, viene allontanata dall’uomo che ama perché di classe inferiore. Lei però è già incinta e dà alla luce un bel bambino a cui vuole un bene dell’anima e contemporaneamente fa innamorare di sé il dottor Roberto Frassi (Rossano Brazzi) che, mettendosi contro alla propria famiglia (insomma non la vuole nessuno come parente questa donna…), la sposa. Quando però riappare il passato della donna incarnata nella madre dell’ex (ora defunto) a chiederle il nipote da crescere, Dina decide in un primo momento di non darglielo ma poi, perché il marito (che prima ha combattuto contro tutti per tenersi la donna nonostante il figlio fuori dal matrimonio) ha manifestato il desiderio di far sparire il passato di Dina che lo ossessiona (cambiamento decisamente umorale e non logico), lo fa partire verso la nonna. Poi però ci ripensa e corre alla stazione venendo investita da un’auto e… muore. Pffff… per fortuna c’è la Miranda ad illuminare e a rendere il tutto sopportabile; qualcosa di Zavattini possiamo, forse, trovare nelle nebbiose immagini di Milano, delle sue strade, dei suoi palazzi e dei suoi tram. (voto 5) Proprio in una panoramica sui palazzoni milanesi spiccano a mo’ di product placement insegne dei dischi Columbia, dell’amaro Gambarotta e di Radiomarelli.