Questo filmetto diretto da Adrian Weiss, uno di quegli emarginati del cinema che restano periferici e ogni tanto cercano di sfondare la parete per sfogare la loro passione frustrata per la regia, è, non per nulla, sceneggiato da un suo “simile” professionalmente, quell’Ed Wood diventato da famigerato a famoso grazie a Tim Burton. Stiamo parlando dell’unico film che è riuscito a dirigere, The bride and the beast (1958) che in realtà non parte male con una bizzarria al limite della zoofilia. Laura Carson Fuller (Charlotte Austin, poche particine per lei nel cinema negli anni ’50) si è appena sposata con l’amante di animali e cacciatore (se i due termini non sono ossimorici) Dan Fuller (Lance Fuller, alcune partecipazioni secondarie in film horror). Fuller è proprietario di uno scimmione (il solito attore con costume) che sembra abbia un colpo di fulmine quando vede Laura con il vestito bianco. Sembra talmente attratto da demolire le sbarre della gabbia in cui è costretto e ad avvicinarsi alla donna toccandole i capelli in adorazione fino ad arrivare a strapparle il vestito di dosso. Purtroppo il marito arriva e uccide il gorilla… togliendo ogni interesse al film che diventa una roba assurda. Laura viene ipnotizzata e si scopre che è una reincarnazione di una gorilla che è stata in una vita passata. Poi i due vanno a cacciare in Africa (dove ci sono anche delle tigri che, per giustificarne la presenza “sono fuggite da un carico di bestiame”), lotte con animali, materiali di archivio e tanta noia. Alla fine lei incontra dei gorilla e se ne va con loro lasciando il marito becco… il richiamo della natura passata! Probabilmente film no-budget che non poteva avere una logica ferrea, caratteristica che mancava decisamente all’accoppiata Weiss-Wood. (voto 4/5)
Certo che nella marea di spaghetti western prodotti tra gli anni 60 e 70 del Novecento di robe difficilmente guardabili senza sonnecchiare ce ne sono parecchie. In particolare, qui parlo di Vamos a matar Sartana (1971) in sé già difficile da guardare perché l’unica copia che sono riuscito a reperire è quella che si trova su Youtube, oltre i limiti della decenza con colori alterati in molti punti e definizione pessima, nonché in lingua spagnola. Quindi già faticoso seguirlo solo per la qualità (e questo potrebbe in parte alterare il giudizio finale) ma è poi un film in gran parte statico con scontri a pugni ridicoli (tipo do un pugno a te, tu dai un pugno a me e così via per un’infinità di volte…), siparietti comici inenarrabili e un viaggio nel deserto di una banda di ladri assai tedioso (Sartana non c’entra nulla ma in quel periodo lo mettevano ad minchiam in parecchi titoli del genere). In pratica, due uomini si incontrano in galera, Nebraska Clay o Tex secondo la versione (Jorge Martin che oltre ad essere il protagonista ha anche portato a compimento il film come regista sostituendosi a Mario Pinzauti) e El loco (il solito noto Gordon Mitchell che qui si limita a sogghignare e far vedere il fisico) vengono liberati da dei compari e con loro vanno alla ricerca di un tesoro che pare esser stato seppellito in una chiesa sperduta ai limiti del deserto. Durante il viaggio l’unico interesse è rappresentato dalla presenza di Lena (la maliarda spagnola Virginia Rodin) che passa da uomo (era la donna di El Loco) ad uomo (passa tra le braccia di Nebraska e non si fa scrupoli di sbarazzarsi di Gordon Mitchell) e mantiene un atteggiamento ambiguo di debole amante vs. velenosa approfittatrice. Diciamo che per arrivare alla svolta finale che dà un po’ di “ciccia” ad una trama spolpata bisogna sorbirsi un’oretta (per fortuna il film è corto…) di nulla. (voto 5-)
Pietro Martellanza, meglio conosciuto nel cinema di genere italiano come Peter Martell, chiude la pellicola completamente nudo dopo un bagno nel fiume. Un finale insolito che è immagine della mancanza di “seriosità” in un western definito da Giusti nel suo Stracult come “capolavoro di cinema-frankenstein all’italiana, girato un po’ da tutti”: Il suo nome era Pot…ma…lo chiamavano Allegria (1971). Dietro lo pseudonimo Dennis Ford, secondo Le western européen, Dreamland Editeur, si celava Diego Spataro; ma su Nocturno n.85 Gordon Mitchell smentisce: “No. Diego era solo il produttore. Il regista è un italiano (Lucio Giachin, poi autore sotto il nome Lucio Dandolo di uno dei film più citati nei convivi goliardici, Quant’è bella la Bernarda tutta nuda e tutta calda ndr), io lo avevo conosciuto due anni prima. Non capiva niente di cinema”. Quel che è certo è che vi ha messo mano in qualche modo anche Demofilo Fidani. E’ un film sempre indeciso tra commedia e serietà, vi sono morti “veri”, vendette, sparatorie, scazzottate. Il protagonista Martell ha un volto che si allontana dai soliti “belli” e impassibili, si aggira per il west a cavallo accompagnato dal fratello, che ha il volto ben riconoscibile di Gordon Mitchell, con un maglioncino lacero che sembra quelli indossati solitamente da Terence Hill nei suoi duetti con Bud Spencer. I due sono rapinatori di banche e hanno la malaugurata idea di accompagnarsi alla banda di Steve (Lincoln Tate) che, una volta arrivati al momento della spartizione del bottino, uccide Mitchell. Il fratello si vendicherà. Film che si fatica a seguire senza annoiarsi perché la trama è frastagliata con innesti di scazzottate gratuite, accelerazioni dei personaggi, arrivo di una banda di messicani piuttosto insensato, primi piani alla “Leone” senza aver capito come utilizzarli ecc… Ci si sveglia dal torpore solo per assistere ad una lotta in una putrida pozza di fango tra Mitchell ed uno scagnozzo di Tate e per la fiesta messicana molto “cheap” ma che vede coinvolte Daniela Giordano, Carla Mancini ed Erika Blanc in particine da party girls esotiche. (voto 5)
Due parole su Addicted to murder (1995) di Kevin J. Lindenmuth, uno di quei film sex & horror (con niente sesso e poco gore) indipendenti fatti con due lire che in America prosperavano in quegli anni (e si spendevano somme ingenti per procurarsi le VHS dove erano mal riprodotti). La smania cinefaga di vedere un po’ di tutto ci spingeva a questo. Poi solitamente la delusione. O vi trovavi dentro ammazzamenti uno dietro l’altro con effettacci sanguinolenti senza una trama e noiosissimi o un tentativo più “alto” di dare, tramite il genere vampiresco e di serial killer, una visione problematica dei rapporti famigliari e umani. In questo secondo caso, che è quello di Addicted to murder, scontavano il fatto di avere a disposizione attori semiamatoriali non in grado di sorreggere il film e un’incapacità di gestire il ritmo da parte di regista e montatori. Dialoghi prolungati e inutili, qui addirittura un mockumentary con inserti di esperti che parlano del serial killer che rallenta ancor di più la storia, tentativi maldestri, in cui rischi di perderti, di raccontare passato e presente con sbalzi temporali e immagini bruttine senza mai andare incontro agli amanti dell’exploitation (che potrebbe essere un pregio se uno riuscisse a raccontare un’atmosfera e una tensione…). Un uomo che nel passato è stato “svezzato” dall’incontro con una vampira, Rachel, che ne ha ucciso la madre, diventa un serial killer attratto dal sangue. Incontrerà poi un’altra vampira, Angie, che gli chiederà masochisticamente di ucciderla più volte e instaurerà con lui un rapporto malsano di sesso e sangue trasformandolo a tutti gli effetti in un vampiro. Alla fine, alla ricerca della propria indipendenza e voglioso di dipendere da Angie la ucciderà con il classico paletto nel cuore. Le due ragazze che interpretano le vampire in realtà non sono male come presenza e fascino recitativo, pessimo invece il protagonista. (voto 5) Marlboro, Ford e Minolta le marche che appaiono in un possibile product placement.